un isterico tuareg...

30 giugno 2008

Leonard Cohen

Ho passato la serata guardando un documentario sulla vita di Leonard Cohen. E poi, come ipnotizzato, a guardare sue foto. É uno di quegli uomini di cui sai tutto, anche se non hai suoi dischi in casa.

Dici Leonard Cohen e ti arrivano alla mente pochi brandelli di vita: Suzanne, il suo tè arrivato dalla Cina e le arance. Hydra, Marianne. Il Chelsea hotel e Janis Joplin. Phil Spector, i colpi di pistola. I dieci anni in monastero. Tutte le volte che hai pianto sentendo Jeff Buckley cantare "Hallelujah". La volta che ci hai provato tu, in un pub pieno di gente che parlava, Alessio che sbagliava gli accordi, l'ultima strofa cantata a cappella dopo che lui aveva smesso di suonare cogliendo la mia occhiata che lo zittiva.

E poi guardi il suo viso, quelle due rughe profonde che lo scavano ai lati della bocca, due enormi parentesi di carne che ha preferito andarsene.
E' un uomo bellissimo. La sua vita come un romanzo.
La voce profonda, senza sforzo.
La poesia delle parole.
Il sorriso beffardo e gentile stampato in faccia alla propria leggenda.

E chiunque ne scrive sa, SA, di dire solo cose banali.
L'amore per la musica di quest'uomo, per le cose che ha detto, non è qualcosa che si può dire.
La si tiene dentro di sè, e si sorride della propria incapacità, delle parole che fuggono, delle mani indecise sulla tastiera.
L'amore è un sentimento privato.

(Tutto quello che ho imparato dall'amore è come sparare a qualcuno che ti ha appena disarmato).