un isterico tuareg...

04 febbraio 2007

Mentre trovi la strada

Favola autobiografica. Ma che lo dico a fare?

Domenica pomeriggio, un inizio di febbraio qualunque. Cielo blu e freddo che scolora, la tv appena spenta, i genitori a messa.
Un ragazzo davanti al computer, si fa accarezzare dalla musica.
Solo che.

Solo che questo ragazzo, quest'uomo che si rifiuta di credere di non essere più un adolescente, si fa tormentare.
Non che non gli sia mai piaciuto, farsi tormentare. Anzi, da qualche parte, qualcuno gli ha insegnato che prendere le cose alla leggera non sta bene, non fa intellettuale.
Eppure, ora che non avrebbe voglia di nuotare a fatica, sente le braccia pesanti. E il fiato che manca.
Si guarda intorno, e non c'è niente che manchi. Beh, forse manca un po' d'ordine alla sua stanza, potrebbe raccogliere la carta dal pavimento e sistemare i cd, ma non importa.
Dopo anni passati a macerarsi, ha una persona che gli vuole bene, degli amici meravigliosi e incasinati, due genitori che lo sopportano, una casa, un lavoro e un secondo lavoro da inziare.
Eppure.
Se i film americani sulla suburbia non vi hanno insegnato nulla, si direbbe un quadro perfetto, inattaccabile.

Eppure.

Succede che questo bambino cresciuto in fretta, diventato adulto prima del tempo (preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane, disse un uomo alla Duras in una hall di un albergo, e lei, con quella frase, accese il suo capolavoro) è spaventato.
Le mani coprono quasi tutta la tastiera, indecise se calare le proprie armi, sui tasti.
(ha mani piccole. grandi, non forti)
Ed è una paura, la sua, che non ha un nome.
Diviso in due tra la voglia di rinchiudersi in una stanza, e quella di partire, a piedi, a conoscere tutto quello che non ha visto.

e
dove
sono
tutti questi luoghi che
devo ancora vedere?
dove le persone
che devo ancora
visitare?

Tra la voglia di farsi piccolo, e di abbracciare chiunque.
Si è sempre sentito così.
Solo che ora si è tutto fatto enorme, gigantesco. La più piccola cosa diventa una montagna.
Come se io, per dare l'acqua ai pesci rossi, usassi l'alluvione del '43., suggerisce il cantautore. Ma il ragazzo, quella canzone, non l'ha mai sentita. Si è solo fatto stregare dalle parole.

E così se ne sta lì, a controllare l'aria, con la paura di perdere tutto quanto, senza vedere. Senza vedere che ha tutto. Tutto quello che serve. Tutto quello che serve per essere felice.
Tranne la tranquillità che non gli hanno insegnato ad avere.
E si guarda in giro, chiede dove possa comprarla, a chi chiederla in prestito.
Tutti dicono di averla, mentre si mascherano così bene. Lui no, non ha mai saputo fingere.

Per essere una favola, dovrebbe avere un finale. Magari un lieto fine, ecco. E invece, il narratore non sa come andrà a finire. Non che debba finire, anzi.
Però una cosa è chiara: scrivere lo fa stare meglio.
Uhm.
Oggi pomeriggio, scrivere non è stato un obbligo. É tornato a essere il bellissimo sfogo che era.

Soundtrack GIARDINI DI MIRÒ "Rise and fall of academic drifting" Homesleep / Audioglobe, 2001

2 Comments:

  • dani caro, prima di tutto ti abbraccio forte forte.
    e poi domando a quell'"uomo sempre più imbarazzante" (come tu l'hai definito) che ogni tanto passa di qua (e per il quale nutro i più teneri sentimenti cognatizi) se per cortesia non riesce a darti un calcio nel sedere abbastanza potente da farti prendere una corrente ascensionale...
    spicca il volo, tom tom boy! che le ali le abbiamo viste tutti... :)
    Any

    By Anonymous Anonimo, at 6:56 AM  

  • Caro Dani, mi associo alla comune Big Sis. Nel caso l'uomo in questione avesse problemi a darti la doverosa E necessaria pedata, fammelo sapere. Il dovere di noi fratelloni maggiori e' aiutari i piccoli di famiglia. Di polverizzo il culo a calci. E adesso fila :D

    Andy

    By Anonymous Anonimo, at 1:02 PM  

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